SMAXXI

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25 dicembre 2017

Se siete arrivati qui vuol dire che avete veramente esagerato con cibo e parenti.

Lasciate qui sotto il vostro commento di protesta o di ammissione delle vostre colpe


Maria per Roma

Maria per Roma

8 maggio 2017

Una ragazza e il suo cane affrontano in vespa una giornata romana come tante rincorrendo passato e futuro in un presente incerto e surreale.
Tanti personaggi compongono l’affresco della città di Roma con le sue solitudini estrose e frammentate, con i suoi luoghi di incanto che ospitano turisti e romani in una frenesia che troppo spesso si traduce in immobilità.
La Città Eterna nella sua magnificenza disinteressata osserva i suoi abitanti trarre dal turismo gli ultimi frutti della sua vecchia gloria.


http://mariaperroma.com/it/


“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti inaugura un nuovo filone del cinema italiano ma lo fa senza trascurare le problematiche della vita reale.

La Prima è sempre la situazione meno opportuna per vedere un film, sei confuso dal variegato parterre e ammaliato dai red carpet autoreferenziali, che solitamente vengono costruiti ad hoc dalla distribuzione, ma in questo caso è andata diversamente.

Inizio dalla storia narrata, che ormai conoscete tutti, racconta le vicende di Enzo Ceccotti, un delinquente di basso profilo di Tor Bella Monaca che un giorno, al culmine di un inseguimento per le vie del Rione Ponte, non trova altra via di fuga che buttarsi nel Tevere. Come se non bastasse la consueta tossicità del «Biondo», in quel posto si trovano sepolti alcuni bidoni contenenti misteriose sostanze radioattive che il fuggiasco beve dopo esserci cascato dentro. Nonostante tutto questo, la notte passa, lui sopravvive e dopo una caduta dal quinto piano da cui esce illeso, si accorge di aver sviluppato una resistenza incredibile e una forza sovrumana.

Inizialmente utilizza i super poteri a servizio delle sue piccole attività criminali ma quando incontra Alessia, la vicina di casa, in balia delle furie omicide dello Zingaro, uno psicopatico boss di borgata con un passato pseudo artistico e ambizioni daPadrino, la sua vita prende un’altra piega. La ragazza è completamente «svitata», non sa di essere rimasta orfana e passa tutto il tempo a guardare i cartoni di Jeeg Robot d’acciaio, convinta che siano reali. Un po’ attratto dalla sua bellezza e un po’ coinvolto nell’episodio della morte di suo padre, Enzo la prende sotto la sua ala protettiva e la favola inizia.

Ora che sapete di cosa stiamo parlando posso tornare alla sera della Prima dove era presente, oltre a tutti gli altri, Luca Marinelli, l’attore che interpreta lo Zingaro. Ebbene, la discrepanza tra la sua apparenza reale e l’interpretazione ferocissima e crudele che ha creato per il suo personaggio è incredibile, un grande attore è colui che riesce a trasformarsi completamente e non interpreta sempre sé stesso come fanno la maggior parte degli attori italiani, per uscire dai nostri confini lui sta a questo film come J. K. Simmons stava aWhiplash.

Il film è bello e scorre abbastanza bene anche se, essendo frutto dell’era del digitale, il regista si è trovato una quantità notevole di girato e, come tutti i suoi colleghi, non se l’è sentita di cassare. Ma questo è un discorso più ampio che dovrebbe partire dalla considerazione dell’epoca in cui viviamo, fatta di velocità e di storie che si bruciano in un attimo, e la cui narrazione forzatamente adattata alle due ore, che solitamente separano i due spettacoli cinematografici, perde di forza come un fiume in una diga artificiale.

Comunque questa pellicola ha fatto, e farà, molto rumore. Quello che al momento si percepisce di più è il boato prodotto dallo «schiaffone» che un Gabriele dà all’altro, Mainetti a Salvatores per essere più precisi, umiliando il penoso tentativo di creare un filone cinecomics all’italiana cheIl ragazzo invisibile ha tentato inutilmente di fare, pur avendo a disposizione un budget di gran lunga superiore al film di cui stiamo parlando.

Questo film è stato in gran parte autoprodotto visto che i principali produttori italiani, in cinque anni di tentativi, avevano sbattuto la porta in faccia a Mainetti giudicando il film un esperimento che non avrebbe potuto dare alcun frutto. Chissà se le facce crucciate di Luigi e Aurelio De Laurentiis (presenti in sala) fossero dovute alla cantonata presa?

Dopo averlo visto, andate a cercare sul web anche i corti precedenti di Gabriele Mainetti, principalmente Tiger Boy eBasette, ciò vi farà riflettere sul tema ricorrente dell’infanzia (che anche qui in Lo chiamavano Jeeg Robot è rappresentata da un’Alessia bloccata in una dimensione infantile) e del riscatto che potrebbe realizzarsi solamente attraverso il mito del supereroe. La sceneggiatura, come nei corti precedenti, è di Nicola Guaglianone che ci parla del disagio della periferia come luogo votato all’emarginazione, degli abusi che i minori subiscono e della necessità che gli stessi hanno di non voler vedere e subire tutto quello che di brutto li circonda, questo è il vero tema scottante che quest’ultimo loro lavoro, insieme ai precedenti, fa trasparire.

Quanti antieroi cercano, con poche speranze, di cambiare il mondo in cui viviamo?

Sorgente: Lo chiamavano Antieroe | Roma Italia Lab


Fresco nelle sale cinematografiche, Il caso Spotlight mi ha colpito per la rilevanza dell’argomento trattato e per l’omertà che contraddistingue la vicenda.

Venerdì il programma della serata è saltato, allora Anna ci ha proposto di andare al cinema, «Dove?» domando io, «all’Eden» risponde lei e io confermo la mia presenza senza chiedere altro. Per chi vive nella Capitale questo cinema rappresenta una garanzia di programmazione, e non è solo per la presenza di Ermanno Nastri, già direttore di sala del Nuovo Sacher, il cinema di Nanni Moretti.

Arrivo in ritardo, trafelato mi siedo e domando «che film vediamo?», Anna mi risponde «Il caso Spotlight». Non ne so nulla ma le luci si abbassano e non posso chiedere altro. Ed inizia il film che, basato su fatti realmente accaduti, è stato scritto e diretto da Tom McCarthy e racconta l’indagine giornalistica condotta da Spotlight, una sezione indipendente nella redazione del Boston Globe che si occupa di inchieste di ampio respiro, sugli abusi sessuali perpetrati su adolescenti da molti esponenti del clero cattolico dell’arcidiocesi di Boston.

L’indagine nasce per volontà dell’allora nuovo direttore del Globe, Martin Baron (Persona reale che attualmente dirige il Washington Post) che essendo ebreo e di un’altra città non è sensibile alle pressioni locali e induce il team di Spotlight ad indagare su questo scandalo scontrandosi con la chiusura omertosa della città che protegge compatta la chiesa cattolica più influente del Nord America.

Del resto non vi parlo, non solo perché troverete in rete recensioni molto più efficaci ed influenti della mia ma soprattutto perché reputo che questo film valga la pena di esser visto.

Non penso sia un capolavoro della settima arte, e pur essendo candidato a sei premi Oscar, soffre di una regia di non altissimo profilo risultando a volte didascalico e senza slancio, quasi come un docufilm per il piccolo schermo. Ma è un film necessario. Una storia di antieroi che, nella vita reale, nel 2003 valse al team di Spotlight il premio Pulitzer per il servizio pubblico e costò all’arcidiocesi di Boston 85 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di parte delle vittime di questi abusi. Una storia che bisogna conoscere e che ci interessa da vicino, foss’anche perché il cardinale Bernard Law fu trasferito, dopo le dimissioni, alla carica di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Concludo regalandovi una domanda che mi è rimasta in testa dopo le ricerche svolte in rete ed aver letto il famoso Jonny Jay Report: «Perché negli Stati Uniti più dell’80% delle accuse, rivolte a sacerdoti, per abusi su minori riguardano abusati di sesso maschile?».

Chi ha una risposta si faccia avanti.


Anche voi avrete notato che oggi le nostre timeline sembravano “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” e non a caso prendo a prestito il titolo di un film di Almodovar perché decine e decine di commenti sono entrati in frenetica rotta di collisione sui post di Facebook, argomento del contendere? L’oscar al film di Sorrentino.

Prima di prendere parte a questa tenzone vi scodello il mio giudizio sul film (così posso passare oltre) che è il seguente: “Bella fotografia e grande recitazione in un film privo di sceneggiatura che guarda la città eterna come potrebbe vederla un redattore australiano della giuda Lonely Planet”.

Fatto salvo che ciò non significa che il film sia brutto vengo al motivo della mia riflessione che non è l’oggetto ma il senso della discussione.

Primo, e come ho già detto, l’Oscar è un’americanata fatta per americani e direi che è facilmente intuibile dal fatto che il premio è organizzato con il sistema “Noi e il resto del mondo” che grossolanamente tradotto significa venticinque oscar a film americani e uno agli altri. Dunque non solo non è paragonabile per autorevolezza ad un premio Nobel ma sicuramente l’Oscar verrà vinto da un film fatto per gli americani e sette premi a Gravity di Cuarón, se lo avete visto, vi spiegheranno qualcosa. Da ciò ne consegue che il fattore qualitativo è relativo al contesto e non bisogna strapparsi i capelli se i capolavori vengono ignorati.

Secondo, e conseguente al primo, gli italiani vedono il mondo come una partita di calcio, in ogni italiota si nasconde un commissario tecnico della nazionale con in testa sempre la strategia vincente: “Io farei così”, “Avrei mandato quello”, “Non ci rappresenta” e via dicendo. Bene se pensate di avere la risposta giusta allora fate così: trovate una sceneggiatura memorabile; convincete un produttore lungimirante; scegliete un cast stellare; assoldate un direttore della fotografia illuminato; dotatevi di una colonna sonora sublime; mettetevi a dirigere il film; scovate un genio del montaggio e vincetelo voi un Oscar così non rompete più i coglioni. Ah, ho dimenticato i costumi ma quella è la cosa più facile!

Terzo, un Oscar (anche viziato dal primo punto) è sempre un buon viatico promozionale per gli interessi economici e la cultura italiana, e nel ricordarvi che anche Borat ha reso benefici al Kazakistan, affermo solennemente che se anche l’avesse vinto un B-movie avremmo dovuto solamente festeggiare e non rompere le scatole.

 


Metteteci la faccia!

Metteteci la faccia!

3 febbraio 2014

Continua la mia battaglia per depurare la rete dai bizzarri abitanti che la ingolfano inutilmente e oggi me la prendo con quelli che guardano il mondo dal buco della serratura senza avere il coraggio di apparire.

Avete già capito? Spero di si, sto parlando di quelli che come avatar non hanno la loro faccia che neanche si trova all’interno del profilo ma animali, giocattoli o cartoni animati.

Per quelli che fanno finta di non capire chiarisco cosa sia l’avatar, ovvero un parola in Sanscrito che nella tradizione induista significa “colui che discende” originariamente pensata per quelle povere divinità che prive di corpo fisico nel loro mondo o munite di uno inadeguato per essere presentato agli esseri umani, nel momento in cui erano obbligati a doversi incarnare ne sceglievano arbitrariamente uno.

L’avatar nell’accezione informatica è quella immagine che rappresenta l’essere reale nel mondo virtuale della rete. Per farla semplice, è la piccola immagine del profilo utente in uso nella totalità dei social network.

Se posso accettare che un dio privo di corpo si faccia rappresentare da un essere mezzo uomo e mezzo toro o un altro da una bella fanciulla che nulla ha a che fare con il vero corpo dotato di cinque marcescenti teste, perché voi che avete una faccia vi fate rappresentare da una banana?

Interpretate alla lettera quello a cui partecipate, altrimenti invece di chiamarsi Facebook si sarebbe chiamato Fruitbook o Toybook! Se volete proteggere la vostra privacy non vi iscrivete e guardate la televisione.

Lo stesso discorso vale per quelli che usano nomi astrusi per potersi fare i cavoli altrui protetti dall’anonimato, o per quelli che lo cambiano nel corso del tempo facendo si che la vostra cerchia man mano si popoli di esseri misteriosi.

Capisco quelli che non si sentono baciati dalla fortuna nel nome e nell’aspetto e sono disposto ad accettare foto artistiche e aggiunte di appellativi esaltanti tra il nome e il cognome ma mantenete una vostra identità, vi prego!

Fatelo per la vostra dignità oppure ritiratevi in silenzio.


Eliminiare i “Quoters”!

Eliminiare i “Quoters”!

14 gennaio 2014

L’inizio dell’anno è sempre un buon momento per fare pulizia e la spazzatura che prendo in esame oggi sono i “quoters” meglio conosciuti in italiano con il termine di citatori, ovvero quelle persone che non avendo nulla da dire fanno risaltare la loro esistenza prendendo a prestito le frasi coniate da altri.

Sono divoratori famelici di siti di aforismi e di Baci Perugina che hanno male interpretato il periodo della loro formazione quando l’insegnante di italiano, in occasione del compito in classe, gli sottoponeva una citazione illustre con l’intento di stimolare in loro la genesi di un pensiero originale. La guardavano e subitaneamente la facevano loro occupando le prime righe del tema e riducendo così, seppur di poco, l’incombenza dell’ingrato compito assegnatogli.

Ebbene, miei cari Quoters volevo tranquillizzarvi su un fatto: non siete obbligati a farlo! Non ci sarà nessuna votazione reale in calce al vostro compitino pubblicato su Facebook o Twitter e se accumulerete un piccolo bottino di “like” o “retweet” sarà solo proveniente da persone che hanno ancora meno da dire al mondo di quanto ne abbiate voi  o che vogliono solo farsi notare da voi. Insomma la vostra è una vittoria di Pirro (se mi permettete una citazione!) .

Non a caso ho fatto “quoting” così da poter chiarire il mio pensiero che non vuole demonizzare le citazioni perché ritengo vadano benissimo come chiosa o apertura di un pensiero articolato per dare maggior valore allo stesso aumentandone qualitativamente la base di condivisione, ma al centro della comunicazione deve rimanere il vostro pensiero originale.

Capisco che “originale” sia una parola che nell’epoca del copia e incolla incontri parecchie difficoltà nel sopravvivere ma vi esorto ad usarla. Considerate che se vi sforzate un pochino a scrivere un pensiero vostro, per quanto banale sia, sarà sempre più interessante del pensiero di un altro perché se voglio conoscere Eraclito, Erasmo da Rotterdam o Lapo Elkann (?) me lo vado a cercare da solo, non mi serve il vostro aiuto!

Oltretutto nel mondo social, per fortuna o purtroppo, non esiste nessuna censura al vostro pensiero, approfittatene!


La prima domanda che vi porrete visitando questo sito è il perché del nome. Beh la risposta è facile, già Massimiliano Padovan era ingombrante ma aggiungendo il Di Benedetto è diventato insostenibile ed allora ho deciso di adottare il nickname che mi aveva dato, tanti anni fa, un corso di nome Bernard.

La seconda domanda è meno facile: perché questo sito? è stato realizzato per raccogliere i lavori della mia nouvelle vague anche se non sono convinto che sia già giunto il momento di raccoglierla!. In ogni caso è solamente una visione parziale dove, senza nessuna eccezione, tutto il passato è stato dimenticato

… ma è quello che ora mi interessa

Tutto il resto è su  Maxil | [AKA Massimiliano Padovan Di Benedetto]


To Do @ 2014

To Do @ 2014

7 gennaio 2014

È arrivato il 2014 e come e come in ogni essere umano che si rispetti, ecco che magicamente si materializza la lista dei buoni proponimenti per l’anno nuovo. Ovviamente la possibilità che tutti i punti di questa lista si realizzino è del tutto ipotetica come lo è l’ipotesi che non cresca smisuratamente e che soprattutto io non riesca a costruire una serie rocambolesca di alibi per far sì che sia inattuabile!

Comunque mi sottopongo volontariamente al pubblico ludibrio e vi propino l’elenco:

  1. Seguire un corso di cinese
  2. Conseguire l’AFF (Brevetto di paracadutismo)
  3. Comprarmi una moto nuova
  4. Imparare a suonare la mia chitarra elettrica
  5. Creare l’associazione culturale di Kou
  6. Portare avanti Ventinovegiorni
  7. Fare un figlio
  8. Realizzare i tre video arretrati
  9. Andare a vivere tre mesi all’estero
  10. Dipingere altri quadri
  11. Trasferirmi in un attichetto vicino a Campo de’Fiori
  12. Darmi pace

Se avete dubbi sulle vere motivazioni dei singoli punti non esitate a chiederlo scrivendo un commento, vi risponderò con serietà!