Massimiliano Padovan Di Benedetto

Temporali

Non parlo di avvenimenti metereologici ma di sostantivi e per come sono fatto inizierò da Futuro, una parola ambigua, la pronunci prima che qualcosa accada e la puoi constatare solo dopo che quello che pensavi è (o non è) accaduto.

Ho letto scritti di persone che nonostante un’esuberante produzione testuale, son certo non l’abbiano mai nominato, menti rivolte continuamente indietro che passano una vita intera senza mai parlarne, eppure continuando a viverlo.

Bizzara cosa, che mi fa emergere parole come responsabilità, descrivere la vita solo col senno di poi fa svanire quella frustrazione del non accaduto e crea un’unificazione temporale che garantisce sì un riconoscimento di verità alle tue azioni ma lo fa privandoti però del gusto della responsabilità, un po’ come leggere un giallo andando prima a leggere il nome dell’assassino, operazione che ti assicura un bel periodo atarassico e privo di paure ma ti leva il gusto della scoperta e dell’intuizione.

Il futuro può anche essere foriero di amare sorprese ma è talmente bello immaginarlo e viverne la sua incalzante suspance che non si può evitare di amarlo.

Eppure la paura del futuro, è più diffusa di quanto si possa pensare, anche in ambienti autodefinitisi progressisti, e questo porta ad ancoraggi talmente forti con immagini del passato che producono un immobilismo totale negli individui che la vivono.

Il futuro è scelta come lo è l’arte che è essa stessa futuro.

Ma dov’è lo spazio per una conclusione di questi pensieri, o per passato e presente? Oggi non c’è in questi cinque minuti di pensieri vomitati che cominciano a non essere più troppo domande.